Suburra Carlo Bonini – Giancarlo de Cataldo romanzo giallo Einaudi editore

14,00 IVA inclusa

«”Chi scava, fruga in ciò che gli uomini hanno deciso di dimenticare per il bene di tutti”, dice pubblicamente, a un tratto, in Suburra, un politico ripugnante, circondato esclusivamente da altri esseri ripugnanti. Forse per questa ragione, a Roma, lo svolazzamento icastico e vacuo sulle cose e sulle persone è una specie di sport incessante e frequentato da molti. Altrove, quando scavi, puoi incappare nell’affascinante arte del mistero. Qui, dietro il velo, ci viene detto in Suburra, puoi trovare solo una stanca meccanica, peggiorata e inutilmente grottesca, che, come tutte le meccaniche elementari, non contiene più alcune spinte vitali dell’uomo: lo stupore, la curiosità, l’inedito, il meraviglioso. Niente. La grande forza di Suburra sta nell’onestà con la quale Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini si avventurano in universi che sono diventati pura meccanica. Si sono spogliati di qualsiasi vis culturale. Finanche le sottoculture criminali che hanno alimentato la saggistica sulla Mafia appaiono, qui, svanite. La fascinazione impulsiva, incontrollabile, immorale, che si poteva provare e non dire per i contadini di Corleone che si appropriavano della città, ma che preservavano una specie di stramba moralità fatta di rituali e di silenzi, di formaggi di capra e letture della Bibbia, o l’organizzazione scientifica e avanzata di certi clan napoletani nel trattare non solo droga e prostitute, ma anche materiali più ostici e delicati, qui evapora. Si fa caricatura. Suburra racconta una criminalità che si è spogliata del suo già modesto quadro culturale di riferimento. Una criminalità allo sbando che riflette un paese allo sbando e, infatti, il quadro di connivenza col mondo del potere ufficiale, trattandosi di Roma, si fa corposo, organico, indissolubile, al punto di finire per confondere, in termini di comportamento e di orizzonti culturali, il cardinale con il killer, il politico con lo spacciatore. Se nella forma hanno ruoli diversi, nella sostanza appaiono pedine dello stesso mondo. Svuotate non solo di ideali, ma anche di desideri».

Paolo Sorrentino, «la Repubblica»


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